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Comunicados para a Imprensa


Attivisti della Campagna Abiti Puliti rischiano l’arresto
11/10/2007 - Índia

Attivisti della Campagna Abiti Puliti rischiano l’arresto Il loro reato? Aver denunciato le pessime condizioni di lavoro degli operai di un gruppo tessile indiano che fornisce anche gli italiani Armani e Ra-Re.
Tu denunci le mie malefatte? Io ti arresto. E ti inseguo fino in Olanda. Oscuro il tuo sito internet. E se ci riesco, anche il tuo provider. É l’avventura che sta vivendo la Clean Clothes Campaign, la campagna internazionale che da anni, e per prima, ha cominciato ad aprire uno spiraglio di conoscenza sul mondo dei subappalti delle grandi firme del tessile abbigliamento nel Sud del mondo.
La Clean Clothes aveva messo gli occhi e denunciato i comportamenti antisindacali nella grande azienda tessile FFI, che da Bangalore cuce jeans anche per i marchi italiani Armani e RaRe, oltre che per gli internazionali G-star, Guess, GAP, Mexx. 
Un giudice di Bangalore ha diramato un mandato d’arresto per sette membri dello staff della Clean Clothes Campaign e dell’India Committee of the Netherlands che rischiano fino a due anni di carcere. La FFI ha chiesto al giudice, oltre all’oscuramento dei providers olandesi Antenna e Xs4all che hanno riportato costantemente le evoluzioni della vicenda giudiziaria, anche l’arresto dei sette perché si possa essere sicuri che saranno presenti a Bangalore quando si aprirà il procedimento contro di loro.
“Social Accountability International (SAI), responsabile dello standard sociale SA8000 – spiega Deborah Lucchetti, dell’organizzazione italiana Fair che è tra i portavoce di Clean Clothes in Italia - ha confermato che si applica anche al caso FFI/JKPL la decisione ufficializzata il 30 aprile scorso che sospende dai benefici della certificazione SA8000 tutte le imprese che abbiano ricevuto una ‘ingiunzione legale che vieta agli stakeholder di discutere delle attività condotte dall’impresa al suo interno’. Diverse fonti – continua Lucchetti - confermano che la certificazione SA8000 concessa alle unità della FFI/JKPL è sospesa. Comunque, i termini della sospensione rimangono poco chiari.Nonostante le numerose richieste di informazioni aggiuntive, SAI non ha condiviso con la Clean Clothes alcuna informazione”. 
La Clean Clothes critica la decisione di SAI di ‘autocensurarsi’ ed esprime “forte reoccupazione che assecondando le minacce di un’azienda a caccia di certificazione, SAI ponga le premesse per la completa perdita di credibilità della sua organizzazione come ente indipendente”.
Le accuse della FFI, sul piano legale, “fanno acqua da tutte le parti – denuncia Crista de Bruin, della Clean Clothes Campaign – servono solo per metterci sotto pressione e gettare discredito su di noi”. La FFI non è nuova a queste azioni: lo scorso anno riuscì a far emettere dal tribunale una ‘condanna al silenzio’ per le organizzazioni sindacali locali che sono state interdette legalmente dal parlare delle condizioni di lavoro che si vivevamo nelle sue fabbriche.


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